Editore: Bompiani
Anno: 2005
Prezzo: € 11,50
Pagine: 905
Trama (da www.bol.it):
“Partito alla volta dell'Oriente per il monopolio olandese del commercio con Giappone e Cina, John Blackthorne, pilota dell'Erasmus, si ritrova, costretto al naufragio da una tremenda tempesta, in un villaggio di pescatori nel Giappone feudale del XVII secolo. In un mondo sconosciuto e lontano, Blackthorne deve trovare il modo di sopravvivere. Grazie al suo coraggio, che lo condurrà sulla via dei samurai, con il soprannome di Anjin (il navigatore), diventerà il fido aiutante dello Shogun (Signore della guerra) e nella sua ascesa al potere conoscerà l'amore impossibile per la bella e ambigua Mariko.”
Nei commenti che ho lasciato qua e là nei vostri post, care socie, avete perfettamente compreso quanto questo romanzo mi sia piaciuto, quindi non starò qui a sperticarmi troppo in elogi, visto che ci ha già pensato egregiamente Sammy a mettere bene in rilievo i grandissimi pregi e il significato ultimo di questo romanzo (qui: http://yamisanada.livejournal.com/6582.h
Ma anche lui ha le sue piccole pecche.
Partiamo dall’infodump. Alt, non lo sto accusando, ci mancherebbe! In un romanzo come questo, esattamente come ne Il nome della rosa, l’infodump è più che necessario, senza il romanzo non potrebbe essere del tutto comprensibile. Sia Eco che Clavell hanno potuto praticamente abusarne grazie al pretesto che il protagonista sia ignaro o quasi del mondo in cui si trova catapultato e abbia bisogno di una guida, di qualcuno che gli spieghi cosa accade e come muoversi. Ne Il nome della rosa, Adso, la voce narrante, era un ingenuo novizio benedettino incapace di comprendere i delicati meccanismi della vita monastica senza una figura paterna come frate Guglielmo che gli facesse da mentore. Tutto è visto attraverso i suo occhi, filtrato dalla sua mente giovane e desiderosa di apprendere, sicché il lettore si trovava ad apprendere poco a poco con lui, ad ignorare ciò che lui ignorava, ad allentarsi lentamente dal quadro di cui non vedeva inizialmente altro che delle macchie confuse per poter infine apprezzare la coerenza e la complessità dell’opera nella sua interezza. E’ ciò che ha fatto anche Clavell usando come pretesto l’ignoranza del protagonista, Blackthorne, un inglese che del Giappone non sapeva un beneamato cilindro, quando vi è naufragato. Clavell mostra dunque lentamente il paese dei samurai attraverso gli occhi increduli del pilota e il lettore impara così a conoscere questo paese attraverso il suo punto di vista. L’infodump quindi è fondamentale, quando c’è Blackthorne di mezzo che ha bisogno di farsi spiegare ogni cosa veda e senta. Ma che senso ha quando il protagonista straniero non c’è e le scene riguardano soltanto ciò che avviene fra personaggi giapponesi? Clavell, da narratore onnisciente, spiega direttamente al lettore, addirittura fra una battuta e l’altra, perché i personaggi parlano e agiscono in un determinato modo. E questo, benché utilissimo, oltre ad essere francamente un po’ fastidioso non ha neppure senso: è come se l’autore di un’opera teatrale si mettesse a spiegare, ad esempio, di cosa stanno parlando i suoi personaggi fra uno scambio di battute e l’altro durante la rappresentazione. Io metterei una bella nota a piè di pagina o a fine capitolo per illuminare il lettore, non la spiegazione nel testo, visto che ciò di cui i personaggi discutono è dato per scontato, perché loro sanno di cosa stanno parlando, conoscono l’ambiente in cui si muovono. L’autore che si mette a spiegarlo al lettore senza altro motivo che di fornire spiegazioni rallenta solo la narrazione. Ecco quindi perché in questi casi dico che Clavell ha ecceduto nel fornire informazioni. Gaiman, in American Gods, questo errore non l’ha mai fatto, fin dove sono arrivata a leggere: tutto è visto unicamente attraverso gli occhi di Shadow dall’inizio alla fine, quindi si può parlare di TPL pura: l’autore non si è sognato nemmeno di striscio di fornire direttamente informazioni al lettore passando bruscamente alla TPO, di conseguenza il lettore può giustamente apprendere solo ciò che apprende man mano il protagonista nel corso della storia.
La seconda pecca, grossa questa, che non mi sarei aspettata da uno rigoroso come lui, è stata la relazione fra Blackthorne e Mariko, che oltretutto è una nobildonna. Questa Clavell se la poteva davvero evitare, l’unico errore madornale in un romanzo che per tutto il resto ha saputo riproporre magnificamente il Giappone feudale. La conferma di ciò che sospettavo, ovvero che una relazione del genere fosse allora assolutamente inconcepibile, l’ho trovata nella prefazione a Musashi, a cura di Edwin O. Reischauer, professore all’università di Harward, una delle maggiori autorità sulla storia e la cultura del Giappone, dove è nato nel 1910. Cito:
“Liberamente Clavell distorce i fatti storici per adattarli alla sua trama romanzesca e v’inserisce una storia d’amore di stampo occidentale che non solo si fa beffe della realtà storica, ma è assolutamente inimmaginabile nel Giappone di quel tempo.”
Lo sapeva, Clavell, figuriamoci, eppure non ha potuto fare a meno di inserircela. E se posso comprendere l’attrazione di Blackthorne nei confronti di Mariko – più che plausibile – è l’attrazione di Mariko verso il pilota inglese che proprio non sta né in cielo né in terra, soprattutto perché l’autore non ne dà una motivazione credibile. Lei si innamora di lui nel giro di poco tempo, in seguito agli apprezzamenti del barbaro riguardo la sua bellezza. Da quel che io ricordo, poi, le giapponesi che andavano a letto con gli stranieri dovevano in seguito sottostare a riti di purificazione, dal momento che venivano considerate al pari degli intoccabili, ricordo forse male? Magari è una conseguenza dell’isolamento imposto dai Tokugawa, prima non era necessario, ma questo non significa che fosse comunque accettato, a meno che le unioni non avvenissero – come accade infatti nel romanzo – fra stranieri e ragazze eta.
La terza nota stonata è la stessa Mariko, che come personaggio si è riscattata ai miei occhi solo alla fine, col suo gesto estremo. Prima di allora l’ho trovata insopportabile: la più bella fra le belle, raffinatissima, elegantissima, intelligentissima, grande poetessa, poliglotta fenomenale, astuta negoziatrice, osservatrice acuta e infallibile. Echerotturacubica! Ce l’avrai un maledetto difetto, no? A parte tradire tuo marito, pensando davvero che nessuno se ne sarebbe accorto che te la facevi con uno straniero barbaro sotto gli occhi di tutti (seee, come no, proprio tu vai a credere di poterla fare franca con tutta la gente che vi pullula attorno?), alla faccia dell’onore di tuo marito che per te viene prima di ogni altra cosa, e meno male! Insomma, insopportabile sino alla fine, quando si è riscattata col suo premeditato sacrificio.
Gli unici personaggi che ho adorato sono stati quindi Toranaga, Rodriguez e Fujiko.
Toranaga semplicemente perché è Toranaga, ovvero l’anima del romanzo, un burattinaio senza precedenti, una volpe formidabile, dall’ingegno sopraffino e dall’acume straordinario. Non si può non ammirare un personaggio così carismatico, nemmeno alla fine, quando si comprende fino a che punto Toranaga sia capace di manovrare e dominare chiunque senza che questi nemmeno se ne accorga, credendolo anzi un fidato alleato e protettore. Clavell ha creato un gigante capace di oscurare tutti gli altri personaggi con la sua presenza e persino quando non è presente la sua ombra segue tutti e il suo potere incombe su qualunque cosa.
Rodriguez mi è piaciuto perché al contrario di Blackthorne è rimasto se stesso. Blackthorne forse non aveva scelta e per forza di cose si è dovuto adattare alla situazione in cui si era involontariamente cacciato, ma rimane un personaggio senza molto nerbo, con tante doti e pochi difetti, dalla personalità abbastanza piatta. Rodriguez invece ha suscitato subito la mia simpatia, per via del suo atteggiamento da canaglia che però comprende il valore di chi si trova di fronte alla faccia della nazionalità e/o del credo religioso e che sa adattarsi a qualunque situazione senza lasciarsene sopraffare. E’ lo spirito libero che sa apprezzare il meglio che la vita può offrire, ma senza crearsi legami che non può spezzare, che si mette sempre dalla parte dell’autorità che riconosce come tale (la Chiesa, in questo caso), ma che sa anche pensare e agire con la sua testa arrivando alla disobbedienza. E’ un doppiogiochista con dei principi e che crede ancora in determinati valori, come quello di non mancare alla parola data.
Perché ho apprezzato Fujiko? Forse per il suo carattere incredibilmente forte e risoluto, perché si fa carico di un compito che ritiene ingrato con una dedizione stoica, perché arriva realisticamente ad accettare Blackthorne, un uomo diversissimo da lei per cultura e mentalità, grazie alle sue buone qualità ma senza irrealisticamente innamorarsene. Fossi stata in Clavell avrei cercato di mostrare maggiormente il rapporto fra Blackthorne e Fujiko, sarebbe stato interessante leggere approfonditamente come i due personaggi arrivino col tempo ad accettarsi faticosamente a vicenda nello sforzo sincero di comprendersi, ma senza per questo scadere nella banalità di una storia d’amore. Non che questo non accada, ma è raro trovare nel romanzo scene in cui compaiano loro due insieme, da soli, che cercano l’uno di capire l’altra e venirsi incontro, di scendere a compromessi con se stessi e con l’altro. Purtroppo sono scene rare e la storia è in gran parte dominata dalla passione di Blackthorne per Mariko, della quale in pratica si è innamorato per via della sua bellezza e del fatto che è l’unica che parli la sua lingua, mah…
Concludo dicendo che oggi questo romanzo è venduto in un confanetto insieme alle altre due novelle di Clavell che compongono la sua trilogia sull’estremo oriente, Tai-Pan e Gaijin: 2900 pagine a € 34,00.
Fra Sabato scorso e ieri pomeriggio ho acquistato altri 4 bei mattoni rilegati:
- Lineamenti di Storia dell'Arte Giapponese, di Alida Alabiso (docente di Archeologia e Storia dell'Arte Giapponese all'università
- Il sogno della camera rossa, di Ts'ao Hsueh-ch'in (1719 - 1763);
- Tai-Pan, di James Clavell;
- Gai-jin, di James Clavell.
I primi due li ho acquistati in una libreria universitaria (www.orientalialibri.it) a due isolati dalla scuola in cui si tengono le lezioni del corso di editoria, quindi potrei passarci ben due volte alla settimana (il sabato è chiusa!). Mi hanno fatto la tessera e penso che accumulerò taaaanti bei punti, quel negozio è un autentico paradiso: vende esclusivamente libri sul medio ed estremo oriente, in italiano e in inglese sopratutto: dizionari, vocabolari, grammatiche, romanzi, saggi, cataloghi delle mostre, testi d'arte, architettura, storia, filosofia, religione, ecc... Ed effettua anche spedizioni in tutta Italia in contrassegno. Ho visto dei vocabolari di cinese, giapponese e coreano tradotti in inglese davvero enormi, anche di due volumi; quelli in italiano sono invece piccoli e forse solo quelli della Zanichelli e della Hoepli, di medie dimensioni, sono davvero validi.
Ma ora dove li metto questi libri? Non ho più posto, porca miseria! A questo punto ho due possibilità: donare quelli che non mi interessa tenere alla locale biblioteca di quartiere, oppure andare in una libreria vicino casa di Alfy che vende libri e fumetti usati e durante la settimana (mai di sabato, eccheppalle) permette anche gli scambi: si cede un proprio libro e in cambio se ne prende un altro (non so se deve essere di pari valore o meno, non ho mai effettuato cambi, finora, anche perché vi capitavo sempre di sabato). Se non si hanno libri da cedere, i prezzi della libreria sono comunque molto vantaggiosi, visto che vende solo usati. E' stato lì che ho trovato Nube di Passeri e un libro fotografico sugli usi e costumi dell'antica Cina. *__*
Autore: Hermann Hesse
Casa editrice: Adelphi
Anno: 2007 (75a edizione)
Pagine: 197
Prezzo: € 8,00
«Trama» sul retro della copertina:
“Chi è Siddharta? E’ uno che cerca e cerca soprattutto di vivere intera la propria vita. Passa di esperienza in esperienza, dal misticismo alla sensualità, dalla meditazione filosofica alla vita degli affari e non si ferma preso nessun maestro, non considera definitiva nessuna acquisizione, perché ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si veste di mille volti cangianti. E alla fine quel tutto, la ruota delle apparenze, rifluirà dietro il perfetto sorriso di Siddharta, che ripete il «costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse scherzevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Budda, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione.»”
Nella nota introduttiva, Massimo Mila scrive che Siddartha è uno di “quegli uomini che non s’accontentano della superficie delle cose, ma d’ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel cercare è già di per sé un trovare […] Suchende (“colui che cerca” in tedesco, n.d.a) sono quasi tutti i personaggi di Hesse: gente inquieta e bisognosa di certezza, gente che cerca l’Assoluto, ossia una verità su cui fondarsi nell’universale relatività della vita e del mondo, e tale assoluto trovano – se lo trovano – in se stessi. Facendo uso di un titolo pirandelliano, si potrebbe dire che trovarsi è l’ansia costante di quei personaggi: pervenire a quella consapevolezza di sé che permette alla personalità di realizzarsi completamente e di vivere, allora, realmente, quelle ore, quei giorni, quegli anni che vengono di solito sciupati nella banalità quotidiana d’una esistenza d’ordinaria amministrazione.”
Hermann Hesse, premio nobel per la letteratura nel 1946, aveva uno spiccato interesse per la filosofia buddista e quella indù, per l'esistenzialismo, il misticismo e lo spiritualismo. Fu così che, nel 1922, vide la luce Siddharta. Analizzare un libro del genere non è per nulla semplice, né io mi azzarderò a farlo, tentando soltanto di esprimere ciò che ha suscitato in me.
Siddharta è uno di quei romanzi che annoia mortalmente o si esalta per l’elevato messaggio che vuole trasmettere. A me è piaciuto molto, nonostante mi fossi mentalmente preparata a tutt’altro e davanti alle prime pagine avessi arricciato il naso, tentata di mollarlo. Dove siamo esattamente? Quando siamo? Me l’ero chiesta disperata mentre mi immergevo nella lettura che da una parte mi affascinava per via del tema che l’autore avrebbe affrontato – l’abbandono di ogni illusione terrena (Samsara) per il conseguimento del Nirvana – e dall’altra mi spingeva a criticare lo stile banale, da favoletta, che Hesse sembrava aver usato. E’ chiaro che siamo in India, ma dove di preciso? Le descrizioni sono quanto di più approssimativo potessi trovare, il tempo è pura invenzione dell’uomo. Non esistono punti di riferimento spazio-temporali, da nessuna parte, mai, sicché mi sono chiesta sbigottita come si potesse scrivere un romanzo senza questi parametri basilari. Si può, eccome. Hesse c’è riuscito, anche se è necessaria una dose mostruosa di profondità, sensibilità e introspezione – oltre ad un’approfondita conoscenza di ciò che l’autore si apprestava a narrare in tutti i suoi aspetti filosofici e letterari – per riuscire a far passare in secondo piano praticamente tutto in favore di un dialogo interiore che percorre tutto il romanzo, quasi che la narrazione avvenisse in prima persona anziché in terza. Proseguendo dunque testardamente nella lettura – più che altro nella speranza che il libro fosse migliore di quel che sembrasse – ne ho compreso via via il senso. Ai fini di una storia totalmente incentrata sulla ricerca interiore del protagonista, che valore possono mai avere il dove e il quando? Il romanzo potrebbe essere ambientato ovunque e in nessun luogo, nel VI secolo a.C. come al giorno d’oggi, non ha la minima importanza, perché l’unica cosa che conta davvero, l’unica su cui il lettore deve focalizzarsi, è il viaggio di Siddharta dentro se stesso. Dal punto di vista della filosofia indiana – detto in maniera semplificata al massimo – tutto ciò che ci circonda è mera illusione, nient’altro che un sogno. A cosa serve conoscere quindi il nome di una città, di una montagna o di un fiume? Cambia la vita al protagonista? No, perché conta unicamente il modo in cui egli si pone nei confronti di ogni cosa, come interagisce con essa, come lo influenza. Per questo motivo la trama sembra apparentemente inesistente. Non c’è un antagonista, Siddharta è l’antagonista di se stesso, perché il nemico di Siddharta è il mondo medesimo, le passioni terrene (la cortigiana Kamala), l’attaccamento agli affetti (il figlio), alle futilità che lo posseggono (la casa lussuosa), i sentimenti nocivi che il bieco lavoro di mercante e il gioco d’azzardo nato dalla noia fanno sorgere in lui avvelenandogli l’esistenza. Ma Siddharta deve sperimentare tutte queste illusioni, deve conoscere la sofferenza, la gioia, l’amore, la delusione, la rabbia, l’avidità, in una parola il Samsara, onde poterlo estirpare senza problemi dal proprio cuore e diventare l’Illuminato. Siddharta lascia giovanissimo la casa di suo padre insieme all’amico Govinda per cercare
Se cercate un libro dai contorni ben definiti, dai personaggi ben caratterizzati e non solo simbolici, dalla trama complessa e avvincente, allora tenetevi alla larga da questo romanzo, non facilmente comprensibile (o digeribile) per un pubblico occidentale abituato a dare valore alla vita terrena, ai sentimenti umani, all’amore come suprema realizzazione dell’essere umano. I valori occidentali, che riempiono le nostre vite dandogli un senso, vengono qui beffeggiati per innalzare sul piedistallo soltanto la vittoria dell’uomo sull’illusione dell’esistenza, delle sciocche e inutili passioni che condannano l’essere umano ad un eterno rinascere per soffrire.
Anche da un punto di vista stilistico, il romanzo non contiene nessuno degli elementi canonici che un lettore occidentale si aspetta ed esige, a parte l’evoluzione del personaggio e una trama appena delineata. Pure, per lo stile particolare, quasi arcaico, non può essere ricondotto ad alcuna categoria letteraria occidentale, ma solo accostato ai poemi epici indiani. Lo stesso Hesse ammise di considerare Siddharta alla stregua di un “poema indiano” che unisce lirica ed epica alla narrazione, alla meditazione, alla sensualità, avvicinandosi alla struttura del racconto edificante, dell’epica che narra ma mostra poco, ma quando lo fa bisogna prestare la massima attenzione, perché le descrizioni – più interiori che esteriori – sono preziose quanto i rari ma significativi dialoghi. E’ nell’ascolto del silenzio, tuttavia, che Siddharta troverà
Un libro dunque sulla ricerca di se stessi vista unicamente con gli occhi di un uomo che non si ferma mai, non indugia mai, vuole conoscere tutto e soffermarsi su nulla, mai sazio di ciò che impara, ma desideroso finalmente di fermarsi per contemplare, un giorno, l’Assoluto. Un romanzo difficile, in ogni senso, a dispetto dell’ingannevole semplicità con cui è scritto.
Me ne ero completamente dimenticata, ringrazio Bluemary – se mai passerà di qui – per avermi ricordato dei libri giapponesi (e non solo) acquistati su ebay. Tutto è iniziato il mese scorso, quando ho scoperto un mondo meraviglioso di cui non sospettavo l’esistenza: il mondo dell'antiquariato giapponese a portata di click.

Mi imbatto in uno splendido tavolinetto di legno laccato con stupendi intarsi di madreperla, età sconosciuta, ma non più antico dei primi del '900. Partito da 120,00 € e rimasto invenduto, quando venne rimesso all’asta me lo aggiudicai per poche decine di euro, scoprendo che l'antiquario che me l’aveva ceduto ha un negozio ebay. Fosse mai accaduto. Quel negozio è il nirvana dei cultori del Giappone feudale, perché il tizio vende su ebay armature giapponesi intere o pezzi di esse, elmi, katane, portakatane, ventagli, tavolini, scatole per lettere, scatole per l'occorrente per scrivere, portavivande, armi ninja e persino trote vive (una è dorata!). E' stata la fine, perché da lì ho scoperto che esistono altri antiquari come lui, ma che vendono soltanto libri. Fu quindi la sera del 29 febbraio, mentre ero a casa di Alfy, che feci la scoperta più eclatante: gli antenati dei manga.

Quelli che vedete sopra sono i libri giapponesi, stampati su delicatissima carta di riso (spesso e volentieri tarmata, raramente integra), che ho acquistato su ebay, in media per una quarantina di euro. Solo quello in alto a sinistra, del
I libricini con la copertina a colori sembrano i più comuni: sono composti di una ventina di pagine e risalenti soprattutto al XIX secolo, ma anche al XVIII. Tutte le pagine di questi manga ante litteram recano splendide illustrazioni in b/n (raramente a colori o con accenni di colore): la scrittura, minuta, riempie gli spazi vuoti e a volte è così fitta da pregiudicare la chiarezza del disegno. Non esistono dunque pagine interamente scritte e ogni scena prende sempre due pagine, di rado in verticale.



Le copertine si potevano accostare formando esse stesse una scena e questo perché i volumetti sono sequenziali, quindi uscivano probabilmente a puntate, proprio come i manga odierni. Purtroppo non sono stata così fortunata da trovarli tutti appaiati, spesso infatti i libricini si trovano sciolti, difficilmente vengono venduti a coppia, quindi è frequente ritrovarsi con una scena incompleta.

Sono diversi gli antiquari che su ebay vendono questi libri di piccole dimensioni partendo da pochi euro (più spese di spedizione e quelle non sono poche). Ormai sono drogata, sto dietro a diversi libri, tra cui uno interamente a colori da 300 pagine, deve essere miooooooooooo! *________*
PS: se qualcuna di voi volesse vedere altre immagini, me lo dica che le invio tramite mail. ^_^
E spero sia l’ultimo. Grazie Sammy per avermi suggerito di andare su The Fulcrum e avermi detto come caricare il nuovo template, mi spiace solo di aver scelto lo stesso che avete tu e Khor, ma era l’unico senza fronzoli, né immagini, né scritte strane, ampio, semplice, pratico e luminoso. Una cosa è certa: io mi perdo in un bicchiere d’acqua. Le istruzioni per caricare il template erano chiare, oltretutto in inglese, non in russo o serbocroato, in inglese! Eppure ieri, appena le ho viste, una saracinesca si è abbassata sul cervello schiacciandolo e sono corsa a chiedere aiuto. ç_ç Fortuna che Sammy ha avuto compassione della mia precoce senilità e mi ha indicato
Qualcosa come dieci anni fa circa, un mio ex mi aveva prestato La profezia di Celestino e La decima illuminazione, di James Redfield. Ne era a dir poco entusiasta e sinceramente non vedo come non potesse essere diversamente, vista la sua fissazione con i chakra, l'aura, la cristalloterapia, il reiki, i fiori di Bach, ecc... Nulla in contrario, ne sono una sostenitrice anch'io, ma da un punto di vista letterario com'erano, questi libri? Erano scritti bene? Erano avvincenti? Trama e personaggi erano ben costruiti? Per lui non aveva molto importanza, di fronte a ciò che l'autore aveva voluto trasmettere. Io non ne ero convita e infatti, avvinta da una noia insostenibile, avevo abbandonato la lettura del primo libro senza essere arrivata nemmeno a metà. Inutile dire che non ricordo praticamente quasi nulla di quel che avevo letto. E mi ero dimenticata persino dell'esistenza di questi romanzi finché l'estate scorsa non vidi La profezia di Celestino su una bancarella. Non lo acquistai, ma il tema centrale di quel romanzo, che verte sul conseguimento progressivo delle nove illuminazioni da parte del protagonista (se non ricordo male), non ha più cessato di tormentarmi. Redfield aveva apparentemente affrontato con successo un tema che io stessa dovrò affrontare, anche se in modo del tutto diverso. Come c'è riuscito? I due romanzi sono diventati bestsellers a livello mondiale e mi chiedo se sia stato solo per via del messaggio che hanno saputo evidentemente trasmettere, perché da un punto di vista narrativo Redfield mi aveva fatto letteralmente morire di tedio. Ma cosa era stato ad indurmi ad abbandonare la lettura? Era stata la trama, lo stile o l'argomento in sé? Buio totale. Così, confidando nel fatto che sono passati molti anni, ho iniziato ad arrovellarmi sulla necessità di vincere la mia repulsione e decidermi a comprare usati tutt'e due i libri, visto che potrebbero anche tornarmi utili per il mio, di romanzo. Detto fatto, mi sono decisa: sono andata in una libreria vicino casa che vende libri, fumetti e dvd nuovi e usati e li ho trovati entrambi per pochi euro. Se una di voi ha letto il primo o entrambi i romanzi, può dirmi cosa ne pensa? ^_^
Concludo annunciando l'intenzione di comprare American Gods e Buona Apocalisse a tutti!, sono curiosa in maniera febbricitante di leggerli. *____*
- Location:Davanti ad una pizza fumante
- Mood:
determined
- Siddharta, di Herman Hesse;
- Ricordi di un eremo, di Kamo no Chomei;
- Balla coi Lupi, di Michael Blake.
Le prossime letture riguarderanno:
- I demoni guerrieri, di Ishikawa Jun (seconda lettura, cui seguirà recensione);
- Manciu, di Robert Elegant;
- Musashi, di Eiji Yoshikawa (iniziato e interrotto);
- Diari di dame di corte dell'antico Giappone, di autrici varie (iniziato e interrotto).
Domanda: avendo letteralmente divorato tempo fa La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka, ne scrivo una recensione per chi non l'avesse letto?
PS: sto finendo Shogun, se dio vuole. Appena terminata la lettura, corro sul primo Borderland Tales a dire la mia, grazie Sam per aver ripostato la tua recensione. ^_^
- Location:Davanti al pc
- Mood:
hopeful - Music:Emilia - Big big world
Autore: Yasunari Kawabata
Anno: 1962
Edizione italiana: BUR –
Pagine: 155
Prezzo: € 7.23 (L. 14.000)
Trama scritta sul retro della copertina:
“Due ragazze, Chieko e Naeko, si incontrano e scoprono di essere gemelle. Hanno però avuto dal destino storie diverse: la prima, abbandonata dai genitori poveri, viene allevata dalla famiglia di un originale e benestante mercante di kimono, mentre la sorella, morti presto padre e madre, deve guadagnarsi la vita lavorando nei boschi della montagna. Malgrado il profondo legame che le unisce, alla fine le due sorelle torneranno a precorrere strade diverse.”
Giudizio di Marco Horat, Corriere del Ticino:
“Koto è un romanzo da gustare pagina dopo pagina, assaporandone l’atmosfera un po’ magica, da vecchia città aristocratica che solo Kyoto, nella realtà e nella descrizione che esce dalla penna di un grande scrittore, è capace di rendere.”
Sarò brutale, me ne rendo conto, ma esordisco dicendo che non mi è piaciuto. Né la storia, né la trama, né i personaggi, né lo stile. Semplicemente perché, in 155 pagine che ho impiegato un mese a leggere, non c’è praticamente storia, non c’è quasi una trama, i personaggi sono quanto di più insignificante mi sia capitato di incontrare, lo stile mi ha fatto pensare ad una ff scritta da un autore alle prime armi. Nonostante ciò, le impressioni che mi ha lasciato, alla fine, non sono state del tutto negative. Pur essendo infatti noioso fino all’inverosimile, soprattutto a causa dello stile adottato, è stato proprio lo stesso stile che, paradossalmente, mi ha portato a diverse riflessioni. Non è dunque un romanzo sterile, è semplicemente il classico mattone che, se fosse stato scritto in maniera diversa, sarebbe risultato certamente più interessante.
Bene, partiamo dalla trama e in particolare dalla protagonista, Cheiko, la gemella abbandonata tanto bella da essere desiderata da tutti, ma con tutti lei è sfuggente: esce con questo e con quello senza mai rendersi conto di quanto possa piacere ai ragazzi (plausibilissimo, no?). Oltre che ingenua è pure debole di carattere, perché china il capo di fronte a tutto ciò che voglio i genitori adottivi, che le hanno imposto di interrompere l’università e saltano da un pretendente all’altro senza preoccuparsi troppo del parere e della volontà della figlia acquisita. Un giorno, però, Cheiko incontra casualmente Naeko, che sapeva di avere una gemella e la stava disperatamente cercando. Non per riunirsi a lei, ma solo per assicurarsi che stesse bene. Naeko ha un carattere più deciso, grazie alla vita dura che ha sempre condotto nei boschi, tanto da imporre la sua volontà su Cheiko: non verrà mai a vivere con lei presso i genitori adottivi, non vuole i suoi doni, non vuole essere scambiata per lei, non vuole accettare la proposta di matrimonio di uno degli ex spasimanti di Cheiko e alla fine non vuole più saperne nemmeno della stessa Cheiko. Due gocce d’acqua solo nell’aspetto, dunque, perché Naeko è determinata, sino alla fine, a percorrere la sua strada senza essere un peso per la gemella (ancora negli anni ’60 i gemelli erano malvisti e le differenze sociali molto sentite), ma anche per non essere il surrogato dei suoi pretendenti. Non pensate però che il tutto sia così immediato nonostante le poche pagine di cui è composto il romanzo, perché sia Cheiko che Naeko non fanno che darsi del lei, che profondersi in inchini, convenevoli e amenità varie, al punto che inizialmente sembra Naeko quella timida, riservata e ossequiosa fino all’eccesso. Il profondo legame di cui parla la trama sul retro della copertina non è che un filo tanto sottile da essere praticamente invisibile, poiché Cheiko e Naeko mantengono fra loro, nonostante tutto, una distanza che non verrà mai colmata né dai regali, né dalle gentilezze, né dal legame del sangue.
Ma in mezzo a tutto questo cosa c’è? Il nulla, il vuoto totale. E’ un continuo andare e venire di Cheiko presso Naeko, di Cheiko a passeggio con gli spasimanti condito da tante chiacchiere futili, di Cheiko con i genitori perennemente insoddisfatti – la madre stanca dell’attività commerciale, il padre, Takeshiro, di essere considerato un eccentrico disegnatore di obi, ma in realtà non sa più nemmeno lui cosa vuole e non sa quindi dove sbattere la testa, ovvero se ritirarsi in un monastero per trovare l’ispirazione, se in una casa da tè per distrarsi, se comprare una casa nuova e lasciare quella sopra la bottega, se andare ad ammirare i ciliegi in fiore – nessuno sembra sapere cosa vuole in questo romanzo, da Cheiko alla madre, al padre, ai diversi ragazzi fino alla stessa Naeko, pure lei con le sue belle indecisioni (me lo sposo Hideo il tessitore? Non me lo sposo? Ma se in me vede Cheiko, che me lo sposo a fare?). Alla fine l’unica cosa certa è che Naeko saluta Cheiko per l’ultima volta, tutto il resto viene bellamente lasciato in sospeso: gli spasimanti delle gemelle e l’attività commerciale del padre di Cheiko, con un direttore apparentemente poco onesto, che fine fanno? Non è dato sapere, perché, come spiega Wikipedia, “[…] frequentemente il non finito è in Kawabata un elemento strutturale. Quasi che considerasse l'opera d'arte una realtà plastica in movimento e non qualcosa di cristallizzato.” A questo punto m’è venuto da pensare: l’autore ha volutamente cercato di trasmettere, col suo stile asciutto e spezzato, la vacuità delle vite dei vari personaggi, nessuno dei quali pare avere uno scopo ben chiaro, né un vero punto di riferimento. Le esistenze, spente e anonime, sembrano trascinate a forza, per inerzia, sbattute qua e là come barchette alla deriva dalle onde della vita, in un susseguirsi di giorni tutti uguali al cui grigiore, come suggerirebbe la non fine del libro, nessuno sfuggirà mai. Ogni personaggio sarà per sempre incatenato al proprio mediocre destino, senza possibilità di fuga o di riscatto.
I personaggi danno dunque essi stessi la sensazione di qualcosa di non finito, proprio come il romanzo, perché la loro caratterizzazione è appena delineata. Gli unici che spiccano sono Takichiro, il padre adottivo di Chiedo, e Hideo, il tessitore di obi che ha un debole per lei e poi, visto che Chieko non se lo fila, per Naeko. Il primo perché rappresenta il Giappone che, annoiato dalla tradizione (nella fattispecie, la decorazione degli obi), si apre all’innovazione (nella fattispecie, temi astratti); il secondo perché rappresenta la nuova generazione che inizia a manifestare insofferenza verso quella vecchia, che vede ancora tenacemente legata alle tradizioni e convenzioni sociali, ma verso la quale non è ancora in grado di opporsi efficacemente. Per il resto, pollice verso: Chieko è vivace quanto un bradipo e Naeko è così servile nella sua fermezza da far saltare i nervi. Dei comprimari mi sembra inutile parlare, fugaci quanto i petali di ciliegio che svolazzano nell’aria.
Ciò che tuttavia mi ha fatto detestare il romanzo più di tutto è stato lo stile. Lo stile, non smetterò mai di ripeterlo, fa il romanzo, al di là della trama. Se lo stile è incisivo, anche la trama più insignificante può diventare interessante; ma se lo stile è sciatto, state certi che non riuscirete a digerire il romanzo nemmeno con la citrosodina. E’ come mettere un paio di Hunter o di All Star sotto un abito da sera di Valentino, rischierete come minimo il linciaggio per tentato omicidio al buon gusto. Provate invece ad indossare un paio di René Caovilla sotto un qualsiasi straccetto comprato su una bancarella… Ecco cosa riporta Wikipedia a proposito dello stile di Yasunari: “Spesso (Kawabata) si serviva di immagini vive e spezzettate atte ad evocare sensazioni inconsce più che a descrivere la realtà.” Verissimo, ma sul fatto che siano vive, ho parecchi dubbi, sul fatto che siano spezzettate come un Monet visto da dieci centimetri di distanza nemmeno uno. Riporto alcuni esempi del vivace stile dell’autore, ricco di ripetizioni nonché di ridondanze seminate a profusione e spezzettate ogni tanto, queste sì, da frasi che nulla hanno a che vedere con quello che l’autore stava narrando un attimo prima. Primo esempio, l’incipit, grazie al quale stavo per interrompere per sempre questo libro:
“Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero.
«Sono fiorite anche quest’anno.» Con queste parole andò incontro alla dolce primavera.
Nel piccolo giardino di città, quell’acero era davvero grande, più grande dei fianchi di Chieko. La sua corteccia vecchia, rugosa, cosparsa di muschio, non era tuttavia da paragonare al corpo giovane e fresco di lei.
Incurvato verso destra, all’altezza dei fianchi di Chieko, l’albero accentuava quella piega là dove raggiungeva la testa della ragazza: di lì dipartivano i rami, folti, da riempire quasi il giardino. I più lunghi ripiegavano leggermente verso il basso. Poco sotto il punto in cui più ampiamente piegava sulla destra, si intravedevano due piccole cavità: da queste spuntavano, distanti, due violette. Le due piante di violette fiorivano a ogni primavera. Per quanto ricordava Chieko, c’erano sempre state, su quell’albero.
Tra la violetta di sopra e quella di sotto c’era una distanza di trenta centimetri. Ora, nel pieno della giovinezza, Chieko le stava guardando. Quella di sopra si incontrerà mai quella di sotto? Si conoscono forse? Cosa vuol dire, d’altra parte, incontrarsi o conoscersi, per le violette?
Ogni primavera facevano tre, cinque fiori al massimo. Comunque, su quell’albero, in quelle piccole cavità, ogni primavera mettevano le gemme e poi i fiori. Chieko le guardava a volte dalla veranda, a volte stando ai piedi dell’albero; rimaneva colpita dalla vita delle piantine: talvolta si sentiva perfino invasa dalla solitudine in cui esse crescevano.
«Nascere in un posto così, continuare a viverci…» I clienti che si recavano nella bottega esprimevano la loro ammirazione per l’acero, tuttavia quasi nessuno notava le violette fiorite. Vecchio, nodoso, ricoperto fino in cima di muschio, e perciò tanto più dignitoso e attraente l’acero; meschine, al confronto, le violette che ospitava.
Ma le farfalle le conoscevano. Quando Chieko le aveva scoperte fiorite, un piccolo sciame bianco, librandosi dal basso nel giardino, volò dal tronco dell’acero fino ad esse. Sul rosso delicato delle piccole gemme che stavano per schiudersi, quel bianco volo di farfalle era vivido e pieno di grazia. Sul verde fresco del muschio dell’acero, le foglie e i fiori delle due piante di violette gettavano un’ombra assai tenue. Era una dolce giornata di primavera leggermente soffusa di foschia.”
Dire che aborrisco questo incipit è un puro eufemismo. Partiamo dal fatto che il lettore viene posto, sin dalla prima pagina, di fronte ad una similitudine che non può arrivare a comprendere se non ha già un’idea della trama o non arriva a leggere almeno fino a pagina 76 del romanzo (76 su 155, ci tengo a precisare, quindi metà del libro): le due violette di cui sopra simboleggiano Chieko e Naeko, gemelle separate alla nascita ma cresciute nella stessa città (o meglio, la prima in città e la seconda ai suoi margini, nei boschi), simboleggiata dal vetusto albero di acero. Ora, al di là dell’atmosfera di quieta contemplazione che certamente si respira (ma solo qui in tutto il romanzo), c’è una cosa che proprio non sopporto in nessuno scrittore, per quanto profondo riesca ad essere: le ripetizioni gratuite e uno stile ridondante. E non importa se la ridondanza serve a rispecchiare le riflessioni ossessive di Chieko per le violette. Lo stile di Yasunari, se l’adattamento è stato fedele, affossa secondo me una storia che già di per sé non brilla né per originalità, né per profondità né per pathos. Nessuna emozione trapela, perché come ho già detto la lettura scivola lenta e sonnolenta senza il minimo sobbalzo. A peggiorare poi una trama fiacca, le descrizioni ridotte all’osso degne di una telecronaca, i passaggi troppo veloci, i dialoghi che spesso si riducono ad esclamazioni come Ha! Ah! Oh! Eh! Uh! e le frasi piazzate in mezzo o a conclusione di una riflessione che con essa non sembrano c’entrare alcunché. Esempi:
Nella parte interna del secondo piano il tetto era più alto, c’erano due camere di quattro metri quadrati, diventate letto-soggiorno, una per i genitori e l’altra per Chieko.
Davanti allo specchio, Chieko si sciolse i capelli: lunghi capelli, che teneva veramente ben raccolti.
“Mamma!” chiamò al di là del tramezzo scorrevole. La sua voce era cupa di pensieri.
E poi i puntini di sospensione. Non solo l’autore arriva quasi ad abusarne, mettendoli addirittura dopo i punti esclamativi ed interrogativi, ma li usa spesso per indicare che un personaggio è rimasto senza parole. Faccio alcuni esempi. Ecco un dialogo fra Chieko e Hideo, una vera perla:
“Hideo-san, la persona con cui avete parlato l’altra volta è mia sorella.”
“…”
“Mia sorella.”
“…”
“Una sorella che anch’io ho incontrato quella sera per la prima volta.”
“…”
“Di lei non ho ancora parlato a mio padre né a mia madre.”
“Eh?!” si stupì Hideo. Non riusciva a capire.
“Conoscete il monte dei cedri? Lavora lì.”
“Eh!” non riusciva a dire altro.
“Conoscete Nakagawa-machi?”
“Be’, ci sono soltanto passato con l’autobus…”
“Fatemi il favore di regalare un obi a quella ragazza.”
“Eh?”
“Regalateglielo.”
“Eh?” era ancora evidentemente stupito. “Perciò avete parlato del disegno dei cedri e dei pini rossi?”
Chieko annuì.
“Bene. Ma non sarà troppo vicino alla realtà quotidiana?”
“Questo dipenderà dalla vostra immaginazione, non vi pare?”
“…”
“Anche la signorina…”
“…”
“Di questi tempi sono molte le case in cui pure i pozzi e i fiori son pieni di polvere. Com’è piacevole, rasserenante venire in casa vostra.”
“…”
“Se vuoi sposarti, sei libera.”
“…”
“Mi senti?”
“Perché questo discorso?”
“Perché… Ho ormai cinquant’anni e ci penso.”
“E se ti decidessi a smettere questo lavoro?”
“Che vuoi dire?...” e la madre sorrise.
Dialogo fra Takichiro e Hideo:
«…»
«Non va?» domandò Takichiro debolmente.
Hideo continuò a tacere.
«Niente da fare, vero?»
«…»
All’ostinato silenzio del figlio, Sosuke lo richiamò.
Stendiamo un sudario su questi dialoghi, che non potranno nemmeno essere veramente apprezzati appieno fuori del loro contesto. Basti sapere che TUTTI i dialoghi del libro sono così, dal primo all’ultimo: pieni di puntini di sospensioni perché l’autore non si è degnato di far percepire il silenzio al lettore in altro modo. Botte e risposte teatrali che hanno contribuito certamente ad accentuare l’incolmabile vuoto comunicativo esistente fra i personaggi, isole deserte nel mare della quotidianità, ma che non possono non infastidire il lettore, man mano che prosegue la lettura, per la loro imbarazzante banalità, a meno che anche questa sia appositamente voluta per riflettere la banalità delle loro vite.
E’ vero che l’autore, con questo breve romanzo, voleva più che altro suscitare sensazioni inconsce, attraverso il suo stile povero di descrizioni e ricco di immagini isolate, ma quel che ha suscitato in me è più fastidio che altro, dovuto alla deprimente desolazione delle vite dei personaggi, scialbe esistenze che accettano passivamente un futuro deciso da altri, animate da un’irrimediabile incapacità comunicativa che si traduce in dialoghi sterili, perennemente insoddisfatte e soffocate dal loro ruolo, affannate nella ricerca inconscia di un perché la loro vita è quel che è che rimarrà senza risposta. Il romanzo sembra interrompersi, ma nella realtà non è così: per i personaggi la vita continua come se fossero reali, una vita sempre uguale a se stessa che ci si chiede se vale la pena di essere vissuta.
Ora, sono certa che gli estimatori di Yasunari, che ha vinto il premio nobel nel 1968, non mancheranno e se saranno così gentili da spiegarmi ciò che a me sfugge sullo stile e la profondità di quest’autore sarò felice di ascoltare e apprendere. Fino a quel momento però, lo sconsiglierò con tutte le mie forze.
Autrice: Lisa See
Editore: Longanesi, 2006
Prezzo: 17,00 euro (edizione di pregio, non so se esiste quella economica).
Pagine: 330
Trama sul risvolto della copertina:
“Ottuagenaria e tormentata dai rimorsi, Giglio Bianco ripensa al proprio passato e a Fiore di Neve, l’amica scomparsa da ormai molti anni, che ha avuto un ruolo cruciale nella sua esistenza. Poiché le rimane solo il dono del tempo, vuole onorarlo raccontando la storia della sua laotong e del tragico equivoco che ha amaramente segnato un legame lungo una vita, sperando di ottenere il perdono degli dei.
Ha inizio così una vicenda di intensa drammaticità ambientata nella Cina del XIX secolo, quando moglie e figlie avevano ancora i piedi bendati e vivevano in uno stato di isolamento pressoché totale. Allora le donne di una remota contea dello Hunan ricorrevano ad un codice segreto per comunicare fra loro, il nu shu, e le bambine venivano talora accoppiate come laotong, “vecchie se stesse”, in un vincolo di affetti destinato a durare per sempre. Si scambiavano lettere tracciate col pennello sui ventagli o messaggi ricamati su fazzoletti, inventando racconti per sfuggire alla propria reclusione e condividere speranze, sogni e conquiste.
Un viaggio a ritroso orchestrato con magistrale realismo verso un periodo della storia cinese commovente e doloroso insieme, che all’attenzione verso i particolari storici e di costume fonde una capacità evocativa straordinaria, in un romanzo lirico e carico di emozioni che analizza una delle relazioni femminili più misteriose: l’amicizia femminile.”
Il The Washington Post’s Book World scrisse a proposito del romanzo che è «una storia così bella da spezzare il cuore». Ed è vero. Il mio, di cuore, ne è rimasto stritolato.
La narrazione, in prima persona, in un primo momento mi aveva fatto storcere il naso, visto il deludente risultato conseguito da Lian Hearn con il suo La leggenda di Otori. Per raccontare in prima persona è necessaria, a parer mio, una cosa fondamentale: una sensibilità per ciò che ci si appresta a narrare davvero notevole, onde riuscire a coinvolgere emotivamente il lettore pur limitando la sua visione a quella del narratore. Lian Hearn non l’aveva: la sua narrazione era piatta in prima persona come lo era in terza, non è mai riuscito a far decollare la sua storia, per quanto parole ricercate usasse. Giunta al terzo volume, desideravo soltanto finire di leggere e accantonarlo.
Leggendo Fiore di Neve, invece, ho compreso che si può riuscire a trascinare il lettore direttamente nella drammatica realtà che l’autore crea senza far ricorso né ad uno stile ricercato, elegante o ad effetto, né ad una trama complessa ricca di personaggi, colpi di scena, intrighi, combattimenti e canoniche storie d’amore. A voler essere precisi la “storia d’amore” ci sarebbe, ma non è fra un uomo e una donna, bensì fra due donne: Fiore di Neve, cui è intitolato il romanzo, e Giglio Bianco, la narratrice.
Siamo in una sperduta provincia della Cina del primo quarto del XIX secolo, in uno dei tanti villaggi che costellano la sterminata campagna dell’entroterra, in cui il tempo sembra deciso a non scorrere più. Giglio Bianco ha sei anni ed è figlia di modesti contadini, un’inutile bambina da sfamare senza rosee prospettive per il futuro. Almeno finché Madama Wang, la sensale del vicino villaggio di Tonkgou, annuncia ai genitori che i suoi piedi potrebbero diventare perfetti “gigli dorati” (ovvero striminziti e dolorosissimi monconi). Questo le spalancherebbe le porte per un matrimonio col rampollo di una famiglia altolocata. Ma essendo lei figlia di miseri contadini, per essere desiderabile agli occhi dei potenziali suoceri deve non solo eccellere nelle tradizionali arti femminili, ma stringere un legame eterno con una laotong, una “vecchia se stessa”, ovvero una bambina di famiglia benestante che possegga tutti i requisiti – i cosiddetti “otto caratteri” – per essere lo specchio di Giglio Bianco: stessa età (giorno, mese e anno), stessa lunghezza dei piedi, stesso giorno in cui è iniziata la fasciatura dei medesimi, ecc… Fiore di Neve e Giglio Bianco diventano dunque laotong all’età di sette anni. Il loro legame, stabilito dalle famiglie e ufficializzato in un vero e proprio contratto, dovrebbe essere destinato a durare per tutta la vita ed essere più profondo del vincolo matrimoniale.
Benché le due bambine abbiano indole diversa, la loro amicizia diventa profonda e niente sembra poterla scalfire: né il matrimonio che ognuna contrae e che dovrebbe tenerle separate, né le continue menzogne di Fiore di Neve, né la disapprovazione della suocera e del marito di Giglio Bianco per la sua amicizia con una donna che è stata costretta a sposare un macellaio. Così, attraverso i suoi occhi di bambina, poi di adolescente, quindi di donna sposata e di madre, scopriamo il mondo chiuso e rigidamente scandito dalle ancestrali tradizioni cinesi in cui le protagoniste vivono rinchiuse e “si muovono”. Un mondo in cui poche fortunate donne si tramandano il nu shu, la scrittura esclusivamente femminile inventata mille anni or sono da una donna per poter comunicare con la famiglia lontana e della quale gli uomini, padroni assoluti del mondo esterno, devo rimanere all’oscuro. Il nu shu è stata per secoli l’unica voce per una esigua minoranza di donne cinesi, attraverso la quale potevano tener vive le proprie amicizie pur rimanendo confinate in casa in balia del marito, dei suoceri e degli eventuali fratelli e sorelle del marito. Giglio Bianco e Fiore di Neve si scambiano infatti negli anni gioie e dolori attraverso un ventaglio, sul quale tracciano i caratteri di questa scrittura segreta. Paradossalmente, sarà proprio la particolare struttura del nu shu a scatenare l’equivoco che le separerà, equivoco nel quale cade Giglio Bianco col suo timore di essere stata soppiantata da altre donne nell’affetto di Fiore di Neve.
Il romanzo, tuttavia, non è illuminante soltanto per la miniera di informazioni che contiene riguardo la società feudale cinese, lo è altrettanto per il modo in cui questa realtà, sopravvissuta fino agli anni cinquanta del XX secolo, ci viene mostrata. Inizialmente lo stile mi sembrava troppo asciutto, troppo diretto, ma poi ho compreso il perché: riflette la mentalità di Giglio Bianco, che è la rigida mentalità dell’epoca. Giglio Bianco si profonde in particolari tanto quanto si profonde in silenzi e la potenza di questo romanzo è in ciò che viene taciuto tanto quanto in ciò che viene rivelato. E scopriamo così gradualmente cosa differenzia Giglio Bianco e Fiore di Neve fino al malinteso che spezzerà il loro legame: Fiore di Neve è sempre stata una ragazza desiderosa di librarsi nell’aria anziché tenere i piedi per terra; Giglio Bianco è stata invece sin dall’inizio consapevole del proprio destino e dei propri gravosi doveri. Non ha mai tentato di sottrarvisi, anzi, più il tempo passava più li accettava e vi si rifugiava ostinatamente, soprattutto quando sembravano più intollerabili. Ma commette un grave errore nel momento in cui, anziché tentare di essere comprensiva con Fiore di Neve per le sue disgrazie, cerca con ogni mezzo di convincerla a chinare il capo di fronte a quelle stesse tradizioni cui lei si abbarbica con ferrea determinazione.
Il mondo feudale presentatoci da Lisa See, così dolorosamente autentico, brilla per il modo impressionante con cui l’autrice riesce a trasmettere al lettore tutta la soffocata disperazione dell’universo femminile cinese per la propria condizione di “ramo sterile”, così segregato e piegato alla volubile volontà maschile eppure così vivo, pulsante, determinato a non lasciarsi del tutto sopraffare. Se dunque in un romanzo cercate avventure, intrighi, passioni e uno stile elevato, tenetevi alla larga, perché l’unica “storia d’amore” che troverete è quella indissolubile fra le due protagoniste, così esclusiva e totalizzante che tutto sembra passare in secondo piano – figli, mariti, genitori, suoceri – come se appartenesse ad un altro mondo, salvo poi ricordarsi che un’ottantenne Giglio Bianco non sta raccontando la sua vita ma ciò che l’ha resa viva e luminosa, ovvero il legame con la sua laotong, per cercare di riparare al torto che le ha fatto anni addietro. Lo stile, diretta emanazione dell’indole pratica (da contadina, potrei dire) di Giglio Bianco, è quindi di una semplicità disarmante, eppure è al contempo così incisivo, così efficace, da risultare sublime. Un romanzo di una profondità straordinaria, «che fa bruciare di indignazione», come scrive il Los Angeles Times, ma che è anche il miglior tributo che si potesse rendere ad un modo scomparso (?) che non può e non deve essere dimenticato.
Note:
Lisa See è una giornalista americana di origine cinese, che ha compiuto diversi viaggi in Cina visitando di persona i luoghi descritti nel romanzo e raccogliendo numerose testimonianze sul nu shu e sulle secolari tradizioni cinesi, ancora tramandate sino a 50 anni fa. Tutto ciò che narra è dunque, da un punto di vista storico – sociale, rigorosamente autentico.
